Luigi Ometto

La situazione è molto difficile, ma non si può smettere di pensare al futuro. Così almeno la pensa Luigi Ometto, ex allievo del Barbarigo, una laurea in architettura in tasca e rappresentate di una quinta generazione di costruttori, oltre che presidente dell’Ance di Padova, l’associazione degli imprenditori edili.

Qual è il suo ricordo del Barbarigo? Quali sono le figure che l’hanno colpita maggiormente?

Ho ricordi meravigliosi di quel periodo, sia per le capacità dei professori che  per il rapporto con i compagni. Tra i docenti ricordo il preside, mons. Mortin: con lui avevo un rapporto particolare, visto che sono stato rappresentate di istituto per 4 anni. Un impegno molto formativo e anche una bellissima esperienza personale. Sempre trai i professori ricordo soprattutto Giovanni Ponchio, Talami per italiano, Marchesi per matematica, Pozzo a filosofia, la Baessato, padre Girardi che ci faceva latino e poi, non ultimo, don Alberto Gonzato.  Per quanto riguarda invece i compagni siamo ancora in contatto. Eravamo una classe molto fortunata, siamo rimasti tutti molto legati.

Qualche altro ricordo della sua esperienza nell’Istituto?

Il Barbarigo ha formato il mio carattere in maniera importante, lasciandomi un vero e proprio imprinting nel rapportarmi con le persone. Poi è stato importante anche per quanto riguarda il mio cammino di fede. Lo rifarei subito, ho avuto cinque anni davvero attivi e proficui. La mattina non vedevo l’ora di svegliarmi per andare a scuola, e non so quanto questo sia normale per un ragazzo di quell’età. La nostra poi era una classe memorabile: eravamo abbastanza agitati, ma anche piuttosto svegli. La nostra era la sezione C dello Scientifico, che di solito il terzo anno veniva smembrata per confluire nella A e nella B. Per noi però non fu così: decidemmo che nessuno sarebbe stato bocciato e ci muovemmo di conseguenza, ogni volta aiutandoci e dando una mano a chi restava indietro. E infatti riuscimmo ad arrivare tutti fino in quinta!

Lei ha anche collaborato con i frati della Basilica di Sant’Antonio: come è nato questo rapporto?

Sono arcellano, nato praticamente sotto il campanile di Sant’Antonino, e da sempre con la mia famiglia sono molto devoto al Santo. In seguito sono stato avvicinato dalla Veneranda Arca, e ho messo a disposizione la mia professionalità, anche tramite l’azienda di famiglia. Quindi, quando c’è stato il restauro, ci hanno chiesto di fare un’arca sostitutiva per il corpo del Santo. Una sfida, sia dal punto di vista tecnico che del contenimento dei costi, alla quale abbiamo risposto, assieme a una ditta di Vicenza che si è occupata del marmo, approntando gratuitamente la nuova soluzione nella cappella della Crocifissione.

Una grande emozione.

Sicuramente: ricordo ancora quando l’arca è stata aperta, per la traslazione e l’ostensione del Santo. In seguito, quando il restauro è terminato, mi hanno incaricato di portare quello che era il sarcofago sostitutivo a San Pietroburgo, dove è stato regalato a una chiesa perché facesse da altare. La consacrazione dell’altare è stato un altro momento bellissimo, forse pari addirittura al primo, per la fede e nella gratitudine per il dono che ho visto nei russi presenti.

(Aprile 2014)