Giorgia Caovilla

Intervista tratta dal Magazine 2014 del Barbarigo

Una donna elegante, curata e creativa, che però non rinuncia alla praticità. Intorno a questo concetto Giorgia Caovilla, designer e imprenditrice, ha fondato e portato al successo O Jour, marchio in ascesa nel settore delle scarpe da donna di qualità. Quando le parliamo è reduce da una conferenza all’Università Bocconi, dove ha parlato di donne e imprenditoria, mentre per la settimana successiva è previstala partenza per Pechino, dove  inaugurerà il suo primo negozio monomarca cinese: “Apriamo in una delle principali vie della città, a due passi da marchi storici come Yves Saint Laurent, Hermes e Cartier”, ci racconta. “Un motivo di orgoglio e una responsabilità particolare per noi, così giovani e già chiamati a tenere alto il nome del Made in Italy”. Per lei, in tasca una laurea legge e la maturità classica conseguita al Barbarigo, le scarpe sono sempre state una passione di famiglia. E dopo undici anni in azienda accanto al padre René – luxury designer di fama internazionale – ha deciso nel 2010 di lanciare una sua azienda.

Facciamo un passo indietro, agli anni al Barbarigo. Come è arrivata in via Rogati?

Per amicizia e un po’ per caso: avevo conosciuto un gruppo di ragazzi che lo frequentavano. Una scelta mia più che della mia famiglia, che però non pose obiezioni, visto che l’ambiente era più che sano. Molte di queste amicizie sono poi durate nel tempo e sono ancora oggi molto salde.

I suoi ricordi?

Molto belli. Mi sono sentita accolta e ho potuto conoscere persone interessanti, come ad esempio il professor Federico Talami, maestro di letteratura e di vita, e l’attuale preside don Cesare Contarini, un entusiasmo e un’energia che andavano al di là della sua materia di insegnamento, il latino. Le sensazioni più belle sono senza dubbio quelle legate alle persone, alla loro carica umana, la stessa che oggi tento di trasmettere agli altri. Dopo ho anche sposato un ex allievo del Barbarigo, anche se l’ho conosciuto solo dopo la maturità!

L’adolescenza è anche l’età delle ribellioni…

Non ero molto scapestrata, anche se nemmeno esageratamente studiosa: diciamo che sono sempre stata ligia alle regole. Mi piacevano però le settimane autogestite, piene di occasioni di incontro e di crescita culturale. Oggi trovo che in generale si rischino l’appiattimento culturale e la massificazione; a quel tempo no: ricordo persone originali, affascinanti dal punto di vista intellettuale, sia tra i professori che tra gli allievi. L’ambiente del Barbarigo poi non reprimeva le individualità, ma anzi le valorizzava. Lo stesso fatto di vivere in un contesto religioso non è mai sfociato in un’imposizione per gli studenti. Direi che, pur essendoci regole, non c’erano schemi.

Dopo gli studi universitari la decisione di entrare nell’azienda di famiglia: una scelta scontata?

In realtà non ho mai pensato a qualcosa di diverso: forse era scritto, dato che facevano scarpe mio padre, i miei nonni, mio marito… Un mondo fatto non solo di creatività, ma anche di produzione industriale, reti commerciali, relazioni e marketing: dove insomma è facile trovare qualcosa da fare. Perché cercare qualcos’altro, quando ti piace quello che hai sottomano?

Come è iniziata la sua esperienza in azienda?

Innanzitutto sono andata a New York, per imparare l’inglese e fare un master nel settore dell’abbigliamento. Un’esperienza bellissima e anche molto proficua: di lì ho preso spunto per sviluppare la René Caovilla nel mercato americano, che fino a quel punto era stato trascurato. Così, partendo praticamente da zero, in otto anni di lavoro siamo arrivati a realizzare il 50% del nostro fatturato sul mercato statunitense.

Dopo tanti anni la scelta di mettersi in proprio: come mai?

Con mio padre andavamo d’accordo ma avevamo visioni diverse: lui aveva raggiunto l’eccellenza nelle scarpe da sera; io volevo creare calzature belle ma adatte alla vita di tutti i giorni. Ero vicina ai 40 anni, sentivo di dover dare una svolta e allora ho scelto di provare a buttarmi prima che fosse troppo tardi. Con mio padre non c’erano conflitti, ma finché fossi rimasta con lui mi sarei limitata a seguire la sua scia. Volevo vedere se ero anche capace di tracciare una strada nuova.

In poche parole, qual è lo stile O Jour?

Quando, insieme al mio staff, preparo le mie collezioni penso innanzitutto alle mie esigenze: quelle di una mamma e di una moglie, ma anche di una donna che lavora. Cerco quindi di coniugare la femminilità con la vita di tutti i giorni: non un tacco vertiginoso ma nemmeno troppo basso, per una scarpa comunque calzabile in qualsiasi momento del giorno.

Viene da qui il successo del marchio?

Credo proprio di sì: abbiamo risposto a un’esigenza reale, creando un prodotto che fino ad allora non era presente sul mercato. Oggi il nostro primo mercato è l’America, ma vendiamo bene anche in Russia e in Medio Oriente, mentre siamo in forte ascesa in paesi come Indonesia e Taiwan.

È ancora difficile per una donna coniugare il lavoro con la famiglia?

Sì, ma credo che valga comunque la pena provare. Stimo le mamme che si dedicano esclusivamente alla famiglia, ritengo che sia un lavoro più difficile di quello da imprenditrice. Io però finora ho sentito il bisogno anche di altre esperienze, di continuare ad imparare ogni giorno. A volte poi non riesco ad essere presente proprio come vorrei, ci sono anche i sensi di colpa, ma tutto sommato credo sia meglio così. Senza il mio lavoro avrei sicuramente più tempo, ma forse sarei una mamma meno felice. Preferisco tentare di sfruttare al massimo il tempo insieme e tentare di trasmettere alle mie figlie, che hanno otto e sei anni, il mio entusiasmo per quello che faccio.

In che modo?

Ad esempio coinvolgendole nel mio lavoro. A volte con mio marito giochiamo assieme a loro con i modelli e i ritagli di stoffa e di pelle, proprio come facevo io da piccola. Poi, quando è possibile, cerco di portarle nei pochi viaggi di lavoro che ancora non riesco a evitare. In questo modo capiscono la complessità del portare avanti un’azienda: che le scarpe bisogna produrle, ma anche venderle e consegnarle. E sono orgogliose di me.

Come si fa a raggiungere il successo?

Con molta umiltà. Spesso il mondo del business e quello delle fabbrica appaiono spietati, con un maschilismo nemmeno troppo celato. Io cerco sempre di ascoltare, di non aggredire. In questo modo gli interlocutori scoprono da soli il tuo valore, e riesci poco a poco a guadagnare il loro rispetto. Poi il sorriso: per noi donne anche la dolcezza e l’accoglienza possono essere degli strumenti in più per arrivare all’obiettivo.

Cosa la aiuta nella vita e nelle attività di tutti i giorni?

Le mie motivazioni, i valori che ho appreso in famiglia e in luoghi come il Barbarigo. Poi c’è la fede. A volte può stupire il fatto che Dio possa entrare nella vita di un’imprenditrice, ma è così. La fede mi aiuta a fare le scelte giuste, anche nelle situazioni difficili. Ultimamente la mia azienda ha subito un grosso furto in magazzino. Un problema enorme perché, oltre al danno economico, abbiamo rischiato di perdere commesse davvero importanti. Invece ho trovato molta solidarietà da parte di clienti e fornitori. La fede serve anche a questo: ad avere fiducia e a non disperare. E soprattutto ti insegna che odiare non serve proprio a niente.

La nostra chiacchierata volge al termine. Vuole congedarsi con un consiglio per i ragazzi che oggi frequentano il Barbarigo?

Sì, vorrei dire loro di impegnarsi a far tacere ogni tanto le voci fuori, e di ascoltare quella che hanno dentro. So che è difficilissimo, in particolare a quella età, ma a volte dobbiamo trovare il coraggio di non ascoltare gli altri ma noi stessi. Si perderebbe meno tempo e si eviterebbero molti errori, spesso dettati dall’unico obiettivo di compiacere gli altri. 

Daniele Mont D’Arpizio