Frank Culemann

Da Padova a Dubai inseguendo una grande, inestinguibile passione: volare. Quella scarica di adrenalina che nessuna paura riesce ad abbattere, neppure quando ad alta quota i capelli si drizzano e in bocca senti il sapore di iodio perché l’aria si sta caricando di elettricità. È la storia di Frank Culemann, italianissimo nonostante il nome, ex allievo del Barbarigo di professione pilota aeronautico.

Vita nomade e avventurosa fin dalla nascita quella di Frank, nato del 1962 ad Abadan (Iran) da padre tedesco e madre italiana originaria di Asmara: “Sia chiaro però, sono e mi sento italiano, lo ripeto sempre a tutti!”. Sorride spesso il pilota che ha fatto le scuole medie e il Liceo Scientifico al Barbarigo, dove si è diplomato nel 1981. Oltre 16.000 ore di volo all’attivo e secondo italiano nella storia a comandare un Airbus 380, il più grande aereo al mondo, Culemann da 12 anni vive a Dubai dove lavora alla prestigiosa compagnia Emirates.

Una passione, quella per l’aeronautica, che nasce fin da piccolo: “Pilotare è sempre stato il mio sogno, come per tanti. Gli altri poi crescendo hanno messo la testa a posto e sono diventati avvocati, medici o commercialisti: a me invece la fissa del volo non è mai passata”. Un percorso non facile per chi all’inizio non si distingueva per la voglia di studiare: “Alle Medie uscii con ottimo, poi però alle superiori mi facevo rimandare ogni anno in due-tre materie. Spesso il sabato marinavo: andavamo da Baessato o alla vicina pasticceria Esperia, a giocare a biliardo o a bere frappè alla menta”. La scuola ha comunque lasciato bei ricordi: “Mi piacevano le lezioni di matematica del professor Marchesi. Meno latino e italiano, anche se ho ancora impresso Talami mentre recita l’Inferno di Dante e intanto imita un diavolo con tanto di forcone”. In quegli anni si sono formate amicizie che durano ancora oggi, e anche qualcosa di più: “Mia moglie era cugina di don Giovanni Roncolato (deceduto nel 2011 dopo 57 anni trascorsi a insegnare al Barbarigo, ndr) e sorella della moglie del professor Gianni Ponchio, che fu il mio commissario interno alla maturità. Quando glielo dissi si mise le mani nei capelli!”.

Agli esami di stato Culemann si diploma con la sufficienza, “ma solo perché il compito di matematica era perfetto”, quindi si prepara per il concorso all’accademia aeronautica di Pozzuoli. E qui avviene la trasformazione: “Fu dura, ma ero davvero determinato. Alle selezioni eravamo in 5.000 per 120 posti; dopo cinque anni siamo rimasti in 40, di cui 10 piloti di caccia. E io ero tra quelli”. Anni duri ma formativi: “La disciplina forma il carattere, crea spirito di corpo, allena la capacità di sopportazione. Guai ad accavallare le gambe a mensa, a farsi trovare con i capelli troppo lunghi o con un bottone della divisa slacciato. All’inizio ti pesa, poi però capisci il perché di tante cose”.

20.000 leghe nello spazio

Dopo l’accademia c’è un percorso di 18 anni nell’Aeronautica Militare: all’inizio Culemann pilota gli F-104 Starfighter nel 22º Gruppo del 51º Stormo di stanza a Istrana, pochi chilometri da Treviso; successivamente per tre anni è istruttore a Lecce sugli Aermacchi MB-339, gli stessi utilizzati dalle Frecce Tricolori. Infine viene mandato nella base Nato di Geilenkirche, in Germania, dove diventa uno dei pochissimi italiani a comandare gli equipaggi degli Awacs, i grandi aerei-radar fondamentali per la guerra moderna.

Poi, nel 1999, arriva il passaggio all’aviazione civile nelle file della compagnia di bandiera: “Se avessi avuto pazienza forse oggi sarei generale. Le scrivanie però non hanno le ali, mentre io volevo continuare a volare”. Un passaggio non scontato: “Non è semplice congedarsi da tenente colonnello per iniziare di nuovo dal basso con una sola striscia sulla manica. Magari confrontandosi con i pregiudizi contro i militari e in particolare i piloti di caccia, sia nella società che nell’ambiente di lavoro. Sapevo però a cosa andavo incontro e avevo fatto la mia scelta”.

Sono anni difficili per l’Alitalia, segnati dalla crisi e dalla concorrenza spietata delle compagnie low cost. Finché nel 2003 Culemann, assieme a decine di altri piloti italiani, decide di andare Emirati Arabi Uniti. “A distanza di anni non mi sono pentito: in poco tempo sono diventato comandante, a differenza di tanti bravi colleghi rimasti in Italia. Cosa mi manca? La verdura buona! – scherza –. Per il resto a Dubai siamo 150 piloti italiani di cui 70 provenienti dall’Aeronautica, ci conosciamo tutti e facciamo gruppo”. In Italia tornerà un giorno, magari a Padova o a Treviso: "Sicuramente io e mia moglie. I nostri due figli non so, per il momento hanno deciso di fare l’università nel Regno Unito”. Ma non c’è ancora fretta di lasciare la cloche. ‘Una volta che abbiate conosciuto il volo, camminerete sulla terra guardando il cielo – pare abbia detto una volta Leonardo da Vinci – perché là siete stati e là desidererete tornare’.

Intervista di Daniele Mont D'Arpizio