Franco Chiereghin


Nato nel 1937 a Chioggia, il prof. Franco Chiereghin è docente emerito di filosofia presso l’Università di Padova e socio dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Tra i suoi molteplici interessi di ricerca, gli studi su Hegel sono, per serietà e rigore scientifico, un punto di riferimento per il mondo accademico. In questo testo, su nostro invito, ricorda il periodo trascorso come interno nel Collegio Barbarigo, dove si ritrovò anche a insegnare dopo la laurea.

Il valore formativo della trasgressione

Mi è stato chiesto di scrivere alcune note sui ricordi che ho del “Barbarigo” e sull’influenza che ha avuto sulla mia formazione. Ora che ho varcato la soglia degli ottant’anni, ritorno volentieri ai cinque anni dell’adolescenza, dalla quarta ginnasio alla licenza liceale (1950/55), trascorsi come allievo interno nel Collegio. Più che dare valutazioni d’ordine generale, preferisco ricordare lo spirito della formazione che ho ricevuto attraverso l’incontro con le figure straordinarie e singolari dei miei educatori. Non potrò ricordarli tutti, e me ne scuso, ma mi soffermerò su alcuni tra quelli che sono stati più significativi per me. 

Per il ragazzino che cominciava la sua vita in collegio (quando entrai avevo 13 anni), la prima figura che s’incontrava, indelebile nella memoria, era quella di don Mario Gambin. Un po’ tarchiato, col volto rotondo, dalle guance accese su un collo taurino, metteva subito ordine nelle nostre schiere ed era perennemente scontento dei risultati ottenuti. Con voce roca esclamava in dialetto: “Tusi, qua manca…manca!” e muoveva artigliando le dita paffute, con le quali sapeva calare dei “crogni” micidiali sulla testa degli indisciplinati più riottosi. E noi, spaventati e perplessi, ci chiedevamo cosa fosse mai ciò che mancava: l’ordine, l’aria, la pulizia o forse tutte queste cose, assieme a tante altre, indecifrabili.

A dispetto della disciplina militaresca, cui mirava don Mario e a cui mi sottoponevo ubbidiente, devo dire che l’aspetto per cui il collegio ha esercitato su di me la maggiore efficacia educativa è stata la possibilità di quella che potrei chiamare una “trasgressione formativa”, che mi è stata offerta sia come esempio dalle sue figure di spicco sia perché io stesso ne potessi fruire. Questo potrà sembrare strano e del tutto opposto all’idea che normalmente si ha di un collegio, per lo meno dei collegi di allora, quando, durante l’anno scolastico, si andava a casa solo a Natale e a Pasqua e la libertà personale subiva pesanti limitazioni. Eppure per me è stato proprio così e spero che quello che intendo per trasgressione formativa possa risultare dalle esperienze cui ora accennerò.

Ricordo, ad esempio, che al mio ingresso in Ginnasio, la figura d’insegnante che si stagliava di gran lunga sopra le altre era quella di don Giuseppe Danese. Altri hanno scritto e parleranno adeguatamente della sua personalità di studioso, della sua sensibilità letteraria, della sua ricchezza morale. Qui voglio ricordare solo il modo in cui avvinceva e sconvolgeva l’immaginazione di noi ragazzini avviandoci alla lettura dei Promessi sposi. Non si trattava di semplice lettura del testo manzoniano, ma di una sua vera e propria rappresentazione scenica. L’incontro di don Abbondio con i bravi era mimato da lui in ogni minimo dettaglio, ma era soprattutto la scena della confusione sublime scatenata da don Abbondio, a seguito del tentato matrimonio tra Renzo e Lucia, che consentiva a don Danese di raggiungere il culmine delle sue capacità di attore. Decenni prima di Robin Williams che nel film L'attimo fuggente recita in piedi sulla cattedra “O capitano, mio capitano”, don Danese montava in piedi sulla cattedra e, torreggiante nella sua alta figura, rappresentava con un crescendo rossiniano tutte le fasi dell’episodio tragicomico. Tutt’altra personalità egli rivelava fuori dall’aula, dove sapeva essere di un’umanità e di una delicatezza straordinarie. Timido com’ero, non so dove trovassi il coraggio di portargli le mie prime poesie e lui, col suo sguardo sorridente e ironico, prendeva paziente i miei fogli, li leggeva ad alta voce, si fermava a lodare qua e là qualche verso, altri li correggeva, chiedendo però sempre il mio consenso.

Ma il ricordo più luminoso che ho di lui è fissato su una fotografia che ho qui davanti a me e che lo ritrae sorridente e felice, assieme a tutta la nostra classe, sulla cima del Monte Venda. Aveva ottenuto dalla direzione del Collegio di occupare un’intera giornata di primavera per portarci in gita sul più alto dei Colli Euganei, allora libero da ripetitori e da installazioni militari. Prendemmo di buon’ora il trenino elettrico che faceva servizio tra Padova e Torreglia e don Danese fu la nostra guida sicura prima attraverso le frazioni sui fianchi del Venda e poi lungo i sentieri via via più erti, fino alla cima. Confesso che, abituato alle escursioni estive sulle Dolomiti, ritenevo in cuor mio cosa da poco conto quella realtà collinare, sia dal punto di vista del paesaggio sia dell’impegno fisico. Ma dovetti ricredermi. Pian piano rimasi affascinato dal nostro salire dentro verdi gallerie di castagni e di acacie, dal profumo di erba cipollina e di sambuco, dai fiori di qualità a me sconosciute che tappezzavano i bordi del sentiero e orlavano le macchie di pungitopo. E poi la fatica: non avrei mai pensato di grondare sudore come su quei sentieri e di dovermi curare, la sera, imponenti vesciche ai piedi. Ma negli occhi avevo sempre l’immagine di don Danese che saliva davanti a tutti, raccogliendo la tonaca a mo’ di calzoni e lasciandola poi gonfiare dal vento della cima come una vela vittoriosa.

Un’altra e più estesa possibilità di trasgressione, oltre ad un debito formativo straordinario, è quella maturata dall’incontro con don Floriano Riondato. La sua sensibilità non comune per l’arte, in particolare per la musica, gli aveva fatto intuire la presenza in me di alcune potenzialità, soprattutto nel disegno e nella pittura, che si propose di sviluppare. Dopo aver visto qualche mio disegno, mi diede la chiave della sua stanza, dove nel tempo libero dallo studio mi rinchiudevo a dipingere copie di quadri degli impressionisti e di van Gogh, riproducendoli da fotografie che don Floriano mi procurava in gran quantità. Ma il momento magico fu quando mio fratello, che poi insegnerà per lungo tempo al Conservatorio musicale Pollini di Padova, mi raggiunse in Collegio come interno per un paio d’anni. Cominciò anche lui a frequentare la stanza di don Floriano, dove esisteva uno di quegli antichi grammofoni a manovella, con i pesanti dischi di bachelite che richiedevano il cambio della puntina ad ogni facciata. E là non ci stancavamo di ascoltare le Polacche di Chopin suonate da Cortot e la Quinta di Beethoven diretta da Koussewitzky. A questa prima base di dischi, don Floriano aggiungeva ogni tanto generosamente qualche nuovo acquisto che arricchiva pian piano la nostra cultura musicale.

Mio fratello ed io avevamo poi un campo di singolare applicazione della nostra passione per la musica: dovevamo suonare l’armonium in chiesa durante la messa domenicale, officiata dal Rettore, Monsignor Antonio Zannoni. In realtà, a suonare era solo mio fratello, mentre io facevo da aiutante nel frenetico mutare dei registri, concordato insieme in precedenza. I brani che sceglievamo di suonare nell’Introduzione, durante l’Offertorio, alla Comunione e poi alla fine, erano tutt’altro che ecclesiastici: l’Allegretto della Settima sinfonia di Beethoven, le parti che hanno una struttura organistica di alcuni Notturni di Chopin, La grande porta di Kiev dai “Quadri di un’esposizione” di Mussorgskij e così via. Sulle prime, incrociavamo lo sguardo di Monsignor Zannoni, perplesso sia sulla qualità della musica sia per la lunghezza dei brani prescelti, di cui attendeva paziente la fine. Ma poi il Rettore ci lasciò fare, colpito forse dall’impegno e dalla passione che mettevamo nell’esecuzione.

Dopo il congedo di mio fratello dal Collegio si aprì un nuovo, più avventuroso (e ancor più formativo) fronte di trasgressione. Allora arrivavano spesso a Padova, al Teatro Verdi o alla Sala dei Giganti, i grandi pianisti del secolo scorso, Cortot (già quasi cieco), Backhaus, Gieseking, Rubinstein, Michelangeli. Quando leggevo sul giornale l’annuncio del concerto, cominciavo a girare attorno a don Floriano, magnificando l’interprete e la straordinaria occasione di poterlo ascoltare dal vivo e non su un povero disco gracidante. Sulle prime don Floriano negava recisamente la possibilità dell’impresa, non fosse altro perché dopo le 21 i portoni del Collegio venivano sprangati e il personale di portineria se ne andava a dormire. Ma io gli facevo notare che là dove il campo da calcio finiva a ridosso della cinta muraria, confinante col Seminario Vescovile, c’era un abbassamento del muro. Alla sua base, un paio di grosse pietre serviva ai ragazzi per scavalcare il muro e andare a recuperare il pallone quando finiva nel giardinetto d’ingresso al Seminario; e altrettanto accadeva per il rientro. Ma l’ingresso al Seminario era difeso dal mondo esterno da un’alta cancellata che terminava con temibili punte di lancia. E tuttavia non c’era da scoraggiarsi, perché, secondo me, con un po’ di attenzione e sfruttando i disegni in ferro battuto come ottimi appigli per le mani e per i piedi, avremmo potuto sormontare anche quell’ostacolo.

Don Floriano mi dava del pazzo, ma alla fine, specie quando gli mostravo che ero riuscito a procurarmi i biglietti per il concerto, cedeva. E così, sulle 20.30, mentre tutti erano raccolti nella Cappella per le preghiere serali, don Floriano ed io mettevamo in atto il nostro piano, ombre furtive col cuore in gola nelle prime esperienze di fuga, poi sempre più spediti, salvo una volta in cui, al ritorno dal concerto, la tonaca di don Floriano s’impigliò sulla punta di una lancia e ci volle del bello e del buono per disincagliarla (come abbia giustificato presso la suora rammendatrice il vistoso strappo, non lo so).
Mi resta ancora da parlare del Rettore del nostro Collegio. Monsignor Antonio Zannoni era amato e rispettato da tutti e lo sentivamo un po’ come una parte di noi. Il suo sorriso e il suo portamento erano velati di pudore, ma appena accadeva di aprirgli l’anima, la confidenza era totale. Accanto al pudore, si percepiva anche un fondo di tristezza molto seria, che gli veniva forse dalle sofferenze patite verso la fine della seconda guerra mondiale. Quando sono entrato in Barbarigo erano trascorsi solo cinque anni dalla fine del conflitto, eppure durante i molti colloqui avuti con lui nel tempo, Monsignor Zannoni non mi ha mai fatto alcun cenno alla prigionia e alle torture patite dai nazifascisti che cercavano di estorcergli, invano, nomi e nascondigli di partigiani. Ma se lo sguardo cadeva sulle sue mani, spesso coperte da guanti, ci si accorgeva con angoscia quanto le sue dita e le sue unghie erano state martoriate dagli aguzzini per farlo parlare. Memorabili erano le sue battaglie a favore della scuola privata: egli ne difendeva il diritto all’aiuto statale sulla base della Costituzione (quali tesori di acume interpretativo egli spendeva su quel “senza oneri per lo Stato”!), i cui articoli egli ci leggeva e commentava con fervore e passione durante l’ora di educazione civica.

Ci erano care anche le sue prediche serali del tempo di Avvento, in preparazione al Natale. I più anziani conoscevano già i punti salienti che sarebbero stati toccati da Monsignore (come semplicemente veniva chiamato fra noi) e, chissà perché, si creava un particolare fermento e una tensione tutta speciale nell’attesa che egli pronunciasse la parola magica: “caravanserraglio”, dove Maria e Giuseppe cercarono invano riparo prima della nascita di Gesù. Era come se quella parola, per noi abbastanza strana, servisse da catalizzatore di un insieme di circostanze elettrizzanti: l’imminenza delle vacanze, dell’uscita dal Collegio, delle feste in famiglia, del ritorno tra gli amici di un tempo. Al termine della predica in cui era risuonata la parola incantata, l’inno finale (“Sia Glo-o-ria! Sia Glo-o-ria nell’alto dei Cieli”) faceva tremare i vetri e rimbombare le volte della cappella, perché veniva cantato da noi con una tale veemenza che il tentativo di don Floriano di mitigare le nostre voci le rendeva invece ancora più parossistiche.

Il primo ricordo strettamente personale che ho di Monsignore risale alla prima settimana della mia permanenza in Collegio. Per potere corrispondere con le proprie famiglie, ci venivano distribuite delle specie di cartoline postali che venivano ritirate il venerdì sera. Nel compilare la prima cartolina, pochi giorni dopo il mio ingresso, mi persi a descrivere soprattutto la grande fontana che stava al centro del chiostro, quando alla sera veniva illuminata ed era tutto un gioco di zampilli fosforescenti tra cui guizzavano grossi pesci dorati. Il giorno dopo, di pomeriggio, mentre eravamo raccolti in aula di studio per fare i compiti, entrò don Mario Gambin chiamando a gran voce il mio nome. Il cuore mi salì in gola, temendo qualche dolorosissimo “crogno” per chissà quale trasgressione inconsapevole; ma il cuore prese a battermi ancora più furiosamente quando mi disse, spingendomi fuori della porta dell’aula: “Ti vuole vedere il Rettore”. Salii le scale del rettorato e in cima c’era già ad attendermi Monsignore, con un sorriso tra il curioso e il bonario e il piede destro ben puntellato in avanti. Vidi che in mano teneva la mia cartolina postale. “Ah!” disse prendendomi per mano e facendomi entrare nel suo ufficio, “saresti tu quello che ha scritto queste righe?”. E a un mio muto cenno di assenso, mi fece sedere e continuò: “Perché, vedi, le prime lettere che voi nuovi arrivati scrivete a casa sono piene zeppe di lamentele: il vitto indecente, le camerate fredde, l’acqua per lavarsi gelida, la severità dei “prefetti” e così via. E tu? Sembra che per te tutto sia bello e fonte di meraviglia. Allora mi sono detto: voglio proprio conoscere questa rara avis, questo caso raro di un interno appena arrivato che si concede il lusso di non lamentarsi!”

Questo fu il primo di tanti incontri che si sarebbero verificati negli anni. A volte prendevo io l’iniziativa di andarlo a trovare, altre volte mi mandava a chiamare e quello che mi stupiva era il modo che aveva di trattarmi, quasi avesse davanti un adulto e non un ragazzino che via via cresceva negli anni. Si discorreva di un po’ di tutto, di politica, che era una sua grande passione, della situazione italiana, dei conflitti sociali, ma il più delle volte cercavo di fargli raccontare episodi ed esperienze della sua ormai lunga vita. Allora i ricordi che gli ritornavano più spesso alla mente erano le vicende della prima guerra mondiale, che egli aveva vissuto come giovane cappellano. Talvolta gli capitava di rievocare qualche episodio curioso, come quando mi confidava quanto diffusa era la massoneria tra gli ufficiali dell’esercito e tra gli stessi cappellani. Aveva imparato il segnale che usavano per farsi riconoscere: nel dare la mano a una persona, il massone grattava leggermente col proprio dito medio il palmo della mano dell’altro e ne aspettava un’eguale risposta. Accadde anche a lui di essere sollecitato così, lasciando ovviamente deluso il proprio interlocutore. Un paio di volte che lo vidi un po’ stanco di parlare, si versò su un minuscolo bicchierino un po’ di certosa che gli veniva mandata dai monaci e, dopo averne bevuto un sorso ancora più minuscolo, lo sentii mormorare sorridendo: “Questo è il mio veleno…”

Il caso volle che la possibilità d’incontrarlo non venisse meno neanche nei mesi estivi. Quando i miei genitori cominciarono a trascorre le vacanze a Falcade, nel Bellunese, scoprimmo che Monsignore passava il mese di agosto a Vallada, ospite dei suoi familiari, a pochi chilometri dalla mia abitazione. Era molto bello, allora, incontrarlo fuori dalle mura del Barbarigo, passeggiare con lui tra i prati in fiore sotto le amate Dolomiti. Io gli raccontavo le mie prime, acerbe arrampicate e lui la serenità delle sue giornate, trascorse nella preghiera, a parlare con i valligiani, a godere della bellezza dei tramonti dalla finestra della sua cameretta, dove si ritirava per tempo. “Mi hanno messo a dormire nella stanza dei pomi”, diceva, perché evidentemente parte del pavimento di legno era ricoperto di mele. E dopo questa sua confidenza, mi pareva che la sua persona mi venisse incontro avvolta nello straordinario profumo delle mele renette...

L’aspetto trasgressivo di cui ho fatto esperienza con lui riguardava i film che venivano proiettati nelle varie sale cinematografiche della città. Dai quotidiani che ci venivano messi a disposizione in Collegio, leggevo le recensioni dei film e stavo all’erta quando quelli che mi potevano interessare cominciavano a essere proiettati in città. Mi capitava così di bussare allo studio di Monsignore e di dirgli: “Proiettano un film che dalle recensioni che ho letto credo sia importante per la mia formazione”. Egli si faceva dire un po’ distrattamente il titolo (poteva essere “Ha ballato una sola estate” di Arne Mattsson, “Europa ’51” di Rossellini o “Sorrisi di una notte d’estate” di un regista, Ingmar Bergman, che veniva giudicato molto promettente) e poi mi diceva: “Se a te pare che sia così, va pure, di’ in portineria che hai il mio permesso”. Sembrerà strano che Monsignore potesse essere così condiscendente nei miei confronti, ma proprio qui stava la sua grande saggezza di educatore: egli m’insegnava l’enorme valore della fiducia che mi veniva concessa e che non dovevo tradire.

C’è ancora un aspetto che potrà stupire e che invece vorrei sottolineare da ultimo con forza. In queste righe non ho mai parlato di religione, di devozione, di obblighi confessionali; ho solo ricordato Monsignore che pregava. Si dirà che ho presentato un Collegio Vescovile piuttosto laico e permissivo. In realtà la religione e le sue pratiche non ci venivano mai imposte in modo coercitivo, ma si cercava di favorire in tutti i modi che nascessero da una convinzione interiore e che venissero testimoniate dalle scelte personali e dallo stile di vita, non dagli atteggiamenti esteriori. E in questo sicuramente era presente una direttiva spirituale che veniva dalla sapienza del cuore di Monsignore. A lui premeva che crescessimo onorando dentro di noi la libertà nella verità. Ed è questo l’insegnamento più prezioso che ho ricevuto nella mia vita.

Franco Chiereghin