Clodovaldo Ruffato

Intervista tratta dal Magazine 2012 del Barbarigo

Classe 1953, dal 2010 Clodovaldo Ruffato è presidente del Consiglio Regionale del Veneto: la seconda carica della Regione, una responsabilità estremamente delicata e prestigiosa. Originario di Santa Giustina in Colle, dove vive tuttora, una carriera da agente assicurativo, imprenditore agricolo e funzionario della Coldiretti, Ruffato ha conseguito la maturità classica al Barbarigo.

Com’è arrivato nel nostro Istituto, e come si è trovato durante gli studi?

Venni tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70 dal seminario vescovile di Thiene, dove avevo frequentato le medie e il ginnasio. Al Barbarigo ho vissuto un’esperienza molto bella, con la fortuna di avere degli insegnanti straordinari. Li ricordo ancora tutti con affetto e riconoscenza, in particolare Nello Beghin, Federico Talami, che mi fece appassionare alla Divina Commedia, Tommasini, che insegnava greco e latino, e Pozzo per la filosofia. Sono stati anni importanti, in cui mi sono formato come persona.

È rimasto in contatto con gli amici di allora?

Alcuni li sento ancora; l’anno scorso, poi, ci siamo anche ritrovati con la classe al completo. A parte il fatto che eravamo tutti più “vecchi”, è stato bello rivedersi dopo tanti anni!

Ha conosciuto anche Ezechiele Ramin?

Certo, eravamo dello stesso anno e stavamo in classe insieme. Lui era col gruppo dei comboniani che frequentavano l’Istituto; in seguito dopo il diploma partì come missionario in Brasile, dove fu ammazzato per il suo impegno a favore dei più poveri. Ricordo ancora bene Ezechiele: era un po’ “pazzo”, estroverso, scherzoso e anche un po’ irrequieto. Si vedeva già allora che era una grandissima persona, con tanta voglia di fare e di mettersi al servizio della gente.

Qualche ricordo di quegli anni?

Le corse dalla stazione fino in via Rogati. Le dico che a piedi ci mettevo meno del bus. Mi alzavo ogni mattina alle sei per andare a Camposampiero col vecchio motorino “Giulietta”. Il treno ci impiegava circa un’ora per giungere a Padova, e una volta abbiamo addirittura forato…

Come, scusi?

Allora su quella linea non c’erano ancora i treni elettrici: la caldaia si bucò e rimanemmo una mattinata in mezzo ai campi. Quando il pomeriggio tornavo a casa, davo una mano per qualche ora nell’azienda agricola di famiglia; infine, la sera, c’erano gli allenamenti, visto che giocavo anche a calcio. Il tempo che rimaneva era per lo studio: a volte mi alzavo alle 3-4 di mattina per fare i compiti e preparare le interrogazioni. Si facevano sacrifici ma non mi pesava: è stato un periodo bellissimo, sereno.

È lì che ha iniziato ad avvicinarsi alla politica?

No, è stata una cosa che è venuta dopo anni di impegno in Coldiretti. In famiglia però l’impegno politico era una tradizione, visto che sia mio padre che mio nonno sono stati  consiglieri comunali; mio nonno anche vicesindaco.

Cosa pensa che le abbia lasciato l’esperienza al Barbarigo?

Il senso del dovere, prima di tutto. Il periodo in cui ho frequentato era molto “caldo”: tanti istitutierano spesso occupati o in sciopero. Noi però abbiamo sempre fatto lezione, come forma di impegno verso noi stessi e verso le nostre famiglie. A darci l’esempio erano innanzitutto gli insegnanti. Il professor Talami al tempo era sindaco di Abano: avrebbe potuto avere deroghe e permessi, e invece non saltò mai nemmeno una lezione. Mi è stato poi trasmesso un senso di grande attenzione alla persona: gli insegnanti non c’erano solo per interrogare e fare lezioni, cercavano innanzitutto di incoraggiare e di formare i ragazzi.

Qual è oggi l’importanza dell’istruzione cattolica?

A mio avvio innanzitutto quella di testimoniare i valori cristiani, che sono anche alla base della nostra società, partendo dalla famiglia e dal rispetto delle persone. La scuola cattolica rimane poi ancora oggi un esempio di qualità e di serietà dell’insegnamento, con l’attenzione specifica a educare i ragazzi e a indirizzarli verso la loro realizzazione umana e professionale.

Cosa fa la Regione Veneto per sostenere la parità scolastica? Cosa intende fare in futuro?

Le iniziative sono diverse, a partire dal buono scuola che ogni anno viene erogato alle famiglie. Purtroppo negli ultimi anni c’è stata una contrazione delle risorse, esclusivamente a causa dei tagli ai trasferimenti dallo Stato. Comunque in Regione abbiamo sempre cercato di toccare il meno possibile i finanziamenti alle scuole paritarie, anche perché in alcuni settori – ad esempio la prima infanzia – esse sono assolutamente indispensabili, garantendo anche un considerevole risparmio nel bilancio. In futuro cercheremo di tenere questa direzione, facendo il possibile per non penalizzare ulteriormente queste importanti realtà che caratterizzano le nostre comunità.

Oggi molti giovani vorrebbero impegnarsi per la società in cui vivono, ma non sanno come fare. Lei cosa consiglia?

Le possibilità sono tantissime, a cominciare dalla società civile: associazioni, gruppi di volontariato, pro loco… Il nostro Veneto è la prima regione in Italia per numero di associazioni. Credo che possa essere un modo per inserirsi all’interno della propria comunità e soprattutto per fare qualcosa per gli altri. Io stesso ho sempre lavorato all’interno dell’associazionismo e del volontariato. Anche la politica è un servizio, quindi consiglio di avvicinarsi ad essa senza pregiudizi, possibilmente non pensando di far carriera o di vivere di essa.

A sentire le ultime notizie è facile essere sfiduciati...

E invece bisogna impegnarsi e reagire. Non pensiamo sempreche siano gli altri a dover cambiare le cose: diamoci noi da fare in prima persona, in maniera attiva e concreta. E questo si può fare anche partendo un’associazione sportiva o culturale.

Cosa si sente di dire ai ragazzi che oggi frequentano il Barbarigo, anche in vista della loro carriera futura? C’è un augurio che vuole rivolgere loro?

Consiglio di sfruttare fino in fondo le opportunità che stanno vivendo,visto che hanno la possibilità  di frequentare una scuola bellissima, altrimenti rischiano di rimpiangerlo amaramente. Impegnarsi nello studio è anche una forma di rispetto e di riconoscenza verso la propria famiglia. A tutti auguro di riuscire a divertirsi in quello che fanno. In caso contrario si lavora malvolentieri, e soprattutto si ha sempre una scusa per non riuscire.