Carlo Carraro

Intervista tratta dal Magazine 2011 del Barbarigo

Carlo Carraro, ordinario di Economia e Rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia dal 2009 al 2014, è un ex studente illustre del Barbarigo. Dopo gli anni trascorsi nel nostro Istituto ha frequentato, prima come studente e poi come ricercatore e docente, le più prestigiose università europee e americane; nel corso della sua carriera ha pubblicato più di 200 articoli e 30 libri, toccando i temi dell’economia ambientale, dei cambiamenti climatici, degli accordi internazionali ambientali e del coordinamento delle politiche fiscali e monetarie.

Cosa ricorda più volentieri della sua esperienza nella nostra scuola? Come mai la sua famiglia scelse il Barbarigo?

I più bei ricordi che ho del Barbarigo sono legati ai compagni diclasse e all’aria che si respirava in quegli anni. Voglia di cambiare, di scoprire, che a volte il Barbarigo non incoraggiava, anzi. Ma forse proprio per questo, perché più difficili, quei giorni ci hanno dato la forza per affrontare i tanti cambiamenti degli anni successivi. Ricordo il chiostro nelle giornate di sole come punto di aggregazione e di incontro. Le discussioni con gli insegnanti. Le tante idee che nascevano e si traducevano in progetti. La mia famiglia ha scelto il Barbarigo perché all’epoca garantiva regolarità delle lezioni, insegnanti stabili, una buona qualità dell’insegnamento, una ottima organizzazione. Di certo è una decisione che mi ha
aiutato molto nel mio percorso di studi e di formazione.

Anche la sua passione per lo studio e la ricerca è nata nel nostro istituto? Cosa le piaceva studiare di più a quei tempi?

La passione per lo studio in realtà è arrivata con la maturità. Come tanti ragazzi alle superiori avevo tantissimi interessi, lo studio era uno di questi, ma non il preponderante. L’amore per i libri e per la scienza sono cose che hanno sempre fatto parte di me. Ma che sono emerse con decisione all’inizio del mio percorso universitario. Ai tempi del Barbarigo, mi piaceva la filosofia e la matematica e pensavo avrei fatto ingegneria. Poi la vita è girata diversamente. Ero uno studente fin troppo dedicato, ho vinto il premio di migliore della classe ogni anno. Ma in realtà senza esagerare con lo studio. Riuscivo a fare tante altre cose. Al Barbarigo ho incontrato alcuni ottimi insegnanti che mi hanno fatto capire come si studia.

Secondo lei, cosa rende “di qualità” la formazione culturale?

Di certo il principale requisito perché la formazione culturale sia di qualità è che lo sia la struttura che la eroga. Una formazione culturale di elevato livello è possibile solo se lo sono i docenti che se ne occupano. E per questo serve prima di tutto una formazione di qualità per chi poi dovrà insegnare. In questo senso le Università hanno un ruolo determinante per contribuire ad alzare il livello. Devono continuare ad erogare formazione seria e approfondita. In molti casi credo sia necessario anche continuare a rimanere aggiornati, continuare a studiare, essere sempre preparati. Il mondo cambia rapidamente e non è pensabile che chi insegna resti indietro. Serve un confronto costante con
quanto accade fuori dai nostri confini. Anche nella formazione la “competizione” è su scala globale. Dobbiamo garantire ai nostri ragazzi di poter contare su docenti e istituzioni in grado di prepararli al meglio per essere allo stesso livello o più competenti dei loro coetanei degli altri Paesi.

Molti lamentano che nell’Italia di oggi la preparazione e la cultura non siano riconosciute: secondo lei, ha ancora senso cercare di impegnarsi a riuscire nello studio?

Come dicevo prima, perdere di vista l’importanza della formazione e del livello culturale di un Paese, comporta un impoverimento sicuro del suo patrimonio. Anche dal punto di vista delle possibilità di sviluppo e di crescita di quel territorio. Tutte le analisi statistiche concordano su questo. La formazione non è solo l’investimento più redditizio per il singolo individuo, ma lo è anche per il paese. Le nazioni che crescono di più sono quelle che hanno investito o stanno investendo di più in ricerca e formazione. Questo è un punto su cui riflettere anche in questi giorni, quando si parla di riduzione della spesa pubblica. Razionalizzare un sistema scolastico e universitario è opera certamente necessaria. A Ca’ Foscari è un obiettivo che mi sono posto e su cui lavoro da due anni: puntare su merito, qualità e razionalizzare i costi. Tuttavia non è neppure pensabile dover far fronte solo a tagli. È necessario che i meccanismi premiali in parte già attivati vengano consolidati e potenziati. Le risorse per ricerca e formazione vanno aumentate e meglio distribuite. I tagli vanno fatti a quelle istituzioni i cui risultati qualitativi sono insufficienti.

Nei suoi studi, e ultimamente anche nel suo incarico di rettore, si è molto occupato di sostenibilità ambientale, e in generale dei rapporti tra economia ed ecologia. Si tratta di mondi incompatibili o possono trovare un punto di unione?

Non solo possono, ma devono trovare un punto di equilibrio. Più che di ecologia però parlerei di sostenibilità. È indispensabile capire che i comportamenti di oggi avranno delle ripercussioni e degli impatti. Soprattutto nelmedio lungo periodo. Servono  consapevolezza e soprattutto adottare pratiche che tengano conto delle ricadute in termini ambientali delle scelte che assumiamo. Siamo ancora in tempo per imboccare una strada che preservi ambiente e clima. Difficile che si arrivi però a dei risultati con decisioni calate dall’alto. Credo sia indispensabile un diffuso movimento dal basso in cui ciascuno si assume le proprie responsabilità e fa la sua parte. A questo proposito faccio un esempio. Ca’ Foscari ha contribuito in modo determinante a stendere con il Ministero dell’Ambiente le linee guida per il Carbon Management così da indicare la strada per ridurre le emissioni di anidride carbonica negli atenei. Queste linee guida la nostra Università le ha adottate e le sta applicando. E le ha messe a disposizione di tutti gli atenei italiani che possono intraprendere lo stesso nostro percorso.

Mondo del lavoro e crescita professionale: cosa consiglia agli studenti delle superiori? quali sono i settori da tenere d’occhio? quali gli atteggiamenti da coltivare?

La prima cosa è che investano nella loro formazione. Che abbiano il coraggio di guardare anche al di là del canonico percorso di studi. Puntino su esperienze all’estero, sulla rete di relazioni che sono in grado di costruirsi. Studiare lontano dall’Italia permette di acquisire conoscenze e competenze differenti, consente di allacciare rapporti e conoscenze che diventano molto importante nella costruzione della propria vita lavorativa dopo gli studi. In più aiuta ad allargare il mercato all’interno del quale gli studenti di oggi potranno andare a trovare l’occupazione di domani. La globalizzazioneha anche questo tipo  di risvolto che io giudico positivo. È un’opportunità di crescita e di miglioramento. Quanto ai settori, serve tornare ad occuparsi di scienza. In Italia le facoltà scientifiche hanno sempre meno studenti, con conseguenza negative per tutto il Paese.

Un augurio agli studenti e uno ai docenti…

A chi oggi studia e insegna tra le mura del Barbarigo auguro di poter trovare nel primo caso gli stessi stimoli che ho scoperto io sui banchi del liceo per poi riuscire ad individuare nel modo più preciso e soddisfacente la possibile la strada da percorrere all’università e poi nel mondo del lavoro. Nel secondo caso confido che chi sta in cattedra non perda mai la passione per il proprio lavoro e abbia sempre presente l’enorme importanza del proprio ruolo. Anche se non sempre è facile. In Cina, un giorno all’anno, si festeggia la “Giornata dell’insegnante”. È una festa nazionale. Trovo sia il giusto riconoscimento per un ruolo fondamentale per il benessere di una nazione.