Antonio Piccoli

Intervista tratta dal Magazine 2013 del Barbarigo

La Russia si è svegliata, superando negli ultimi anni anche il Pil dell’Italia. Lo stato più grande del mondo è oggi una realtà dinamica, che oltre al gas e al petrolio negli ultimi tempi ha visto ripartire anche la produzione industriale e i servizi. Qui da 21 anni si è stabilito con la famiglia Antonio Piccoli, top manager del gruppo Pavan di Galliera Veneta ed ex allievo del Barbarigo. Laureato in filosofia, collezionista d’arte e mecenate (le opere della sua collezione vengono esposte in tutto il mondo, ultimamente anche a Venezia nell’ambito della Biennale), Piccoli è una figura atipica per chi ha in mente il cliché del dirigente d’azienda, esclusivamente concentrato su numeri e indicatori di performance.

Di cosa si occupa?

Seguo l’area management per tutti gli stati dell’ex Unione Sovietica del gruppo Pavan, leader nella produzione e installazione di grandi impianti per l’industria alimentare: pasta, baby food, cereali da colazione e snacks e, dopo l’acquisizione del gruppo Golfetto, anche la produzione di farina. Da cinque mandati sono anche direttore di Confindustria Russia: circa 200 associati, tra cui i grandi nomi dell’industria e della finanza italiana. Infine sono stato da poco nominato console onorario italiano per gli Urali del sud, un territorio in forte crescita con una buona presenza italiana.

Ci parla un po’ della sua famiglia?

Mio padre Giuliano era profugo istriano, arrivato a Padova solo con la camicia che aveva indosso; poi è arrivato a insegnare paleontologia all’università e ha lavorato nella cooperazione, trascorrendo gran parte dell’anno in Africa, a Mogadiscio. In famiglia eravamo cinque fratelli, rimasti uniti anche nella lontananza. Prima ci ritrovavamo ogni Natale; poi la tragica scomparsa di nostro fratello Giovanni in un incidente aereo, seguita dalla morte di mio padre, hanno reso le cose più difficili.

Come arrivò al Barbarigo?

Ho frequentato ginnasio e liceo classico a partire dal ‘76, diplomandomi nell’81. Quando mi sono iscritto mio fratello più grande Gregorio, che oggi è amministratore delegato della Zucchetti di Lodi, frequentava già lo scientifico. Il Barbarigo allora rappresentava una valida proposta culturale e religiosa, inoltre era un’isola felice rispetto al clima di quegli anni, caratterizzati da continue manifestazioni e scioperi.

Qualche ricordo in particolare?

Oltre agli amici e ai professori mi è rimasta impressa la prima edizione del torneo interscolastico di rugby, vinta in finale contro il Tito Livio. Ricoprivo i ruoli di terza linea e di tallonatore, le nostre colonne erano i mitici fratelli Breda. Una soddisfazione non da poco anche per tutti i nostri compagni e i professori, incluso il preside mons. Mortin. Tra i docenti ricordo personalità fortissime come Beghin e Talami, determinanti per la nostra formazione. Fummo noi inoltre a iniziare la tradizione delle settimane culturali autogestite. All’inizio forse per qualcuno erano il tentativo di evitare esami e interrogazioni per qualche giorno, poi invece con il passare degli anni divennero sempre più interessanti.

Dopo come ha proseguito i suoi studi?

Mi sono laureato in filosofia, con una tesi sulla logica temporale classica e moderna che è stata anche pubblicata. In famiglia avrebbero voluto che rimanessi nell’università, soprattutto il nonno e lo zio materno Marino e Francesco Gentile, entrambi docenti universitari come mio padre. Una tradizione che oggi è continuata da mio fratello Benedetto, che insegna matematica a Filadelfia. Io però mi sentivo troppo “testa calda” per quell’ambiente. Ero molto attivo e avevo iniziato a lavorare durante gli studi, non solo per bisogno economico: prima cameriere, poi giornalista in tv privata. L’ultimo anno di università ho fatto il servizio civile, che allora durava 20 mesi, presso centro Sacchetti di Padova. Pochi giorni dopo sono stato assunto alla Pavan.

Qual è stato il suo percorso all’interno dell’azienda?

Sono entrato come impiegato all’ufficio pubblicità con un contratto di formazione e lavoro, poi poco a poco sono arrivato a dirigere l’ufficio immagine. Poi casualmente, come spesso accade nella vita, la Russia: in quell’area gli affari non decollavano, quindi in azienda mi chiesero di dare una mano per qualche mese. in dopo poche settimane invece vendetti il primo impianto, quindi dopo 21 anni sono ancora qui.



FOTO: alla Biennale di Venezia, davanti a un'opera della sua collezione

Adattarsi non deve essere stato semplice…

Quando a mio padre dicevano “hai un figlio che in Russia, poveretto lui”, rispondeva “poveri loro!”. Di solito riesco ad adattarmi alle situazioni, mi sento venditore nel sangue; poi ho avuto un’enorme fortuna, perché la mia famiglia mi ha seguito in quest’avventura. Quando ricevetti l’incarico per Mosca i due figli erano ancora piccoli. Oggi studiano e lavorano a Londra, ma tra noi non escludiamo un giorno di ricongiungerci a Mosca.

La Russia è cambiata in questi anni?

Tantissimo dal punto di vista economico, mentre da quello sociale e culturale è ancora molto legata all’“anima russa”. I grandi romanzi dell’Ottocento, i Fratelli Karamazov e Delitto e castigo in testa, rappresentano ancora bene questo popolo, fortissimo ma lacerato al suo interno.

È qui che matura il suo rapporto con l’arte?

Un’altra bellissima esperienza. Negli anni ho avuto la fortuna di accumulare tra i 600 e i 700 lavori, quasi tutti appartenenti all’arte contemporanea russa. Sono correnti artistiche nate alla fine degli anni ’50, quando con Krusciov sembrò aprirsi qualche crepa nei diktat culturali e artistici del realismo socialista. Autori a lungo proibiti dal regime, e spesso all’inizio anche trascurati dal mercato dell’arte. Oggi presto gratuitamente i miei quadri ai musei di tutto il mondo; dentro però rimango un collezionista: conquistata una “preda” penso subito alla prossima. Cerco poi di aiutare i giovani artisti: uno di questi, Vladimir Logutov, è stato inserito dal Moma di New York tra le migliori 300 promesse di questi anni.

La Russia è ancora un’opportunità per il nostro paese?

Solo a Mosca ci sono oggi 4.000 manager italiani, spesso anche in società russe come Evraz e Aeroflot, oppure straniere come Nestlè e Philip Morris. Questo perché gli italiani hanno l’intelligenza emotiva che spesso manca ad altri popoli, e questo in un paese in grande trasformazione come la Russia non guasta. In secondo luogo cervelli e talenti in Italia non sono mai manati, grazie anche alla nostra formazione umanistica. Infine qui siamo privilegiati in quanto italiani: il russo guarda ancora all’Italia come al miglior paese al mondo.

Cosa consiglia ai ragazzi del Barbarigo?

Innanzitutto di non avere mai fretta: gli anni del liceo e dell’università volano. Vorrei poi dire loro che bisogna sapersi adattare ai cambiamenti della vita. A volte il destino ti porta dove non pensavi: quando mi sono traferito in Russia erano in molti a compatirmi, mentre io pensavo solo ad immergermi nel nuovo ambiente. In realtà poi ho ricevuto tantissimo da questo paese, che adesso è come una seconda patria. Bisogna avere il coraggio di rompere le proprie abitudini, tradizioni, comodità. Il mondo è molto più piccolo di una volta, e questa è anche un’opportunità alla quale bisogna saper guardare con fiducia.